Il cane e il terremoto

La mattina del 9 Gennaio 2010, ad Eureka (California), il labrador Sophie avverte il terremoto secondi prima che la vera e propria scossa arrivi ad essere percepibile.

L’uomo che insegnò al suo buco del culo a parlare

Tratta dal Pasto Nudo, eccovi una delle routine di Burroughs più celebri, e una delle meglio riuscite nel delicato equilibrio fra grottesco, osceno, ironico e drammatico. Si tratta di una rivisitazione omosessuale del mito della vagina dentata, già affrontata su questo blog. Buona lettura.

L’uomo che insegnò al suo buco del culo a parlare

Dr. Benway: “Perché non un blob per tutti gli usi? Ti ho mai raccontato dell’uomo che insegnò al proprio buco del culo a parlare? Il suo intero addome si muoveva su e giù, capisci, scoreggiando parole. Come nient’altro che avessi mai sentito.

“Questa voce dal culo aveva una specie di frequenza intestinale. Ti colpiva laggiù come quando devi andare di corpo. Hai presente quando il buon vecchio colon ti dà di gomito, e senti quella specie di freddo dentro, e sai che tutto quello che puoi fare è correre a liberarti? Be’ questa voce ti beccava proprio laggiù, un gorgogliante, denso suono stagnante, un suono che potevi odorare.

“Questo tizio lavorava in un luna park, capisci, e a prima vista sembrava una specie di innovativo spettacolo da ventriloquo. Anche divertente, all’inizio. Faceva un numero intitolato “Il buco migliore”, che era un portento, te lo assicuro. L’ho dimenticato quasi del tutto, ma era brillante. Cose tipo, “Sei ancora lì sotto, vecchio mio?” “No! Sono dovuto andare di corpo”.

Dopo un po’ il buco del culo cominciò a parlare per conto suo. Lui saliva sul palco senza aver preparato nulla, e il suo culo improvvisava e gli restituiva le battute ad ogni colpo.

“Poi gli spuntarono delle specie di piccoli uncini incurvati, che raspavano come denti, e cominciò a mangiare. All’inizio lui pensò che fosse carino, e ci imbastì sopra un numero, ma il buco del culo si faceva strada mangiando attraverso i suoi pantaloni, e si metteva a parlare per strada, urlando che voleva parità di diritti. Si ubriacava, anche, e aveva certe sbornie tristi in cui frignava che nessuno lo amava, e che voleva essere baciato proprio come ogni altra bocca. Alla fine parlava sempre, giorno e notte, potevi sentire da isolati di distanza che lui gli gridava di stare zitto, e lo picchiava con il pugno, ci ficcava su le candele, ma non serviva a niente e il buco del culo ribatteva: ‘Sei tu che starai zitto, alla fine. Non io. Perché non abbiamo più bisogno di te, qui attorno. Posso parlare e mangiare e cacare‘.

“Poco dopo lui cominciò a svegliarsi la mattina con una gelatina trasparente come la coda di un girino sulla bocca. Questa gelatina era quella che gli scienziati chiamano T.n-D., Tessuto non Differenziato, che può crescere trasformandosi in qualsiasi tipo di carne su un corpo umano. Lui la strappava dalla bocca e i lembi gli rimanevano attaccati alle mani come nafta incendiata e lì crescevano, crescevano in ogni punto in cui cadeva una goccia. Quindi alla fine la sua bocca restò sigillata, e la sua intera testa si sarebbe amputata spontaneamente — (sai che c’è una malattia che attecchisce in alcune parti dell’Africa e solo tra popolazioni di colore, che porta alla caduta spontanea del mignolo del piede?) — se non fosse stato per gli occhi, capisci. L’unica cosa che il buco del culo non poteva fare era vedere. Aveva bisogno degli occhi. Ma le connessioni nervose erano bloccate e infiltrate e atrofizzate così che il cervello non potesse più dare ordini. Era intrappolato nel cranio, sigillato dentro. Per un po’ si poteva vedere la silenziosa, disperata sofferenza del cervello dietro gli occhi, poi infine il cervello deve essere morto, perché gli occhi si spensero… e in loro non c’era più sentimento di quanto ve ne sia nell’occhio di un granchio sulla punta d’una antenna”.

Chitarra in stop-motion

MysteryGuitarMan esegue Mozart e Rimskij-Korsakov suonati alla chitarra  in stop-motion (registrando una nota alla volta e montandole in sequenza).

Pappagallo schizofrenico

Anche i pennuti soffrono di personalità multipla… ascoltate cosa ha da dire questo pappagallo.

Pubblicato in:  on 28 gennaio 2010 at 03:02 Lascia un commento
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Il museo online di Frederik Ruysch

E’ da poco stato aperto un museo online riguardante la vita e le opere dell’anatomista olandese Frederik Ruysch (1638-1731), forse il più grande artista della preparazione medica della storia. Il sito “De anatomische peparaten van Frederik Ruysch” (per ora soltanto in lingua olandese, ma l’inglese è promesso a breve) contiene informazioni bibliografiche e storiche, ma la sezione davvero spettacolare è quella dedicata alle preparazioni stesse: mediante un sistema di zoom ad alta definizione, è possibile “esplorare” gli esemplari preservati da Ruysch fin nei minimi dettagli.

Ruysch (l’uomo che sta sezionando un bambino nel dipinto qui sopra, il celebre La lezione di anatomia del dottor Frederik Ruysch, di Jan van Neck) era il più grande artista medico del suo tempo. Le sue composizioni sono state definite “i Rembrandt della preparazione anatomica”. Creò più di 2000 esemplari, tra cui spiccano i fantasiosi tableaux allegorici composti usando scheletri fetali e altre parti anatomiche perfettamente preservate. Purtroppo, della dozzina di tableaux realizzati da Ruysch non ne rimane nemmeno uno, ma Steven J. Gould ce ne dà un’accurata descrizione: “…i temi allegorici erano quelli della morte e la transitorietà della vita… Ruysch costruiva la base di questi paesaggi geografici usando calcoli renali e della vescica (che fungevano da “rocce”), e la flora di questi paesaggi era costituita da vene  e arterie iniettate e indurite per creare gli “alberi”, mentre i “cespugli” e l’”erba” erano creati dal tessuto più ramificato e vascolarizzato dei polmoni e dei capillari. Gli scheletri dei feti [...] erano ornati di simboli della morte e della caducità della vita – le loro mani stringevano delle ephemeropterae (farfalle che vivono soltanto un giorno nel loro stato adulto); gli scheletri piangevano il loro stato nascondendo il viso nei loro “fazzoletti” ricavati dal mesenterio delle meningi, elegantemente iniettato; “serpenti” e “vermi”, simboli della corruzione, e creati a partire da intestini umani, si attorcigliavano attorno alle pelvi o alla cassa toracica”.

In questi quadri che dovevano fungere da memento mori, spesso trovavano posto delle didascalie che davano voce ai piccoli scheletri: uno di questi tiene nella mano una collana di perle, ed esclama: “Perché dovrei desiderare le cose di questo mondo?”. Un altro, che suona un violino con un arco ricavato da un’arteria essiccata, si lamenta laconicamente: “Oh fato, oh fato crudele”.

Oltre ai suoi celebri tableaux, adorati fra gli altri da Pietro il Grande di Russia, Ruysch divenne celebre per i suoi preparati in soluzione: la sua formula era segretissima, e includeva l’iniezione con cere colorate per sopperire alla depigmentazione naturale. La figlia Rachel gli dava una mano, adornando questi esemplari con pizzi, vestiti, e addirittura turbanti che nascondevano i tagli e le parti non complete dell’esemplare, e aggiungevano una nota di grazia e delicatezza al preparato.

Gli esemplari venivano poi immersi nella soluzione top-secret ideata dall’anatomista olandese, consistente in spiriti vari, pepe nero, e altri ingredienti sconosciuti. Il risultato? Ancora oggi, dopo secoli, i suoi preparati hanno un colorito roseo e naturale che è difficile riscontrare nei tipici esemplari anatomici, anche moderni, immancabilmente bianchicci e spenti.

Nel suo gabinetto delle curiosità, i filosofi e i medici che passavano in visita potevano ammirare, oltre ai suoi tableaux, anche “parti anatomiche in vasi di vetro, scheletri di bambini, e organi preservati… assieme a uccelli esotici, farfalle e piante”.

Come dicevo, nessuno dei suoi quadri allegorici sembra essere sopravvissuto all’inclemenza del tempo; di contro, molte delle sue preparazioni in vitro possono essere ammirate in musei quali la Kunstkammer di San Pietroburgo, e altri musei anatomici in giro per il mondo. Il nuovo sito (http://ruysch.dpc.uba.uva.nl) promette di ingrandirsi con il tempo e di ospitare la più grande bacheca virtuale delle opere di Ruysch consultabile online. Bravi ragazzi!

Scoperto via Morbid Anatomy.

L’uomo mellificato

In alcuni degli ultimi post, qui su Bizzarro, Bazar abbiamo parlato di terapie mediche che oggi appaiono poco ortodosse, come le sanguisughe, o la lobotomia. Circonfuso dall’alone misterioso della leggenda, ecco a voi uno dei rimedi più estremi dell’arte medica: l’uomo mellificato.

Il farmacologo e medico cinese Li Shizhen (1518-1593), nel suo enciclopedico trattato Bencao Gangmu (“Compendio di materia medica”) parla di questo antico rimedio, attribuendo la tradizione agli Arabi. La “ricetta” di questa panacea per tutti i mali è quantomeno sorprendente.

Serviva innanzitutto un vecchio, dai 70 agli 80 anni di età, a cui restasse poco da vivere e che si proponesse volontariamente come “donatore” (così lo definiremmo oggi). L’uomo veniva quindi nutrito esclusivamente con il miele, sempre e soltanto con il miele. Veniva immerso ogni giorno in vasche di miele.

Dopo circa un mese, il corpo era completamente impregnato e purificato dalla dolce sostanza: anche le urine e le feci erano esclusivamente costituite da miele. Abitualmente, dopo questo periodo, il vecchio moriva. Veniva quindi posto in un’apposita bara di pietra, e interamente ricoperto di miele. Sul coperchio della bara veniva apposta una targa con la data esatta della morte.

Dopo cento anni, durante i quali il cadavere era lentamente macerato nel miele, i sigilli venivano tolti, e la bara scoperchiata. La “confettura” a base di miele e resti umani veniva quindi posta nei barattoli, e venduta a peso d’oro. Andava spalmata sugli arti feriti o rotti (sembra che fosse un toccasana per le fratture). Ma c’è di peggio: il composto, se preso per via orale, guariva immediatamente da ogni male.

Lo stesso Li Shizhen ci tiene a sottolineare che non sa se si tratti di una leggenda o di una pratica reale. Certo è che il miele è stato un ingrediente fondamentale delle pratiche funerarie in molte culture differenti, anche grazie alla sua lunga conservazione. Per migliaia di anni (almeno 2700) il miele è stato usato per curare le ferite, ma soltanto recentemente sono state chimicamente spiegate le sue proprietà antisettiche e antibatteriche. Anche in Occidente, comunque, i corpi dei morti sono stati utilizzati come ingredienti farmaceutici: dal Medioevo fino al diciottesimo secolo era credenza comune che i preparati medicinali a base di polvere di mummia fossero particolarmente potenti, e nell’impero romano il sangue dei gladiatori morti veniva utilizzato come rimedio per l’epilessia. Queste convinzioni si possono collegare anche al vero e proprio cannibalismo, che si fonda spesso sull’idea di incorporare e assumere, assieme alla carne del defunto, anche le sue virtù e qualità.

Li Shizhen

Il blues del cucchiaio

Hannes Coetzee è un chitarrista sudafricano che ha inventato una tecnica particolare per suonare: utilizza un cucchiaio, che tiene in bocca, per eseguire gli slide sulla chitarra. In questo modo è capace di tenere una base ritmica con le mani, e contemporaneamente sviluppare la linea melodica con il cucchiaio.

Pubblicato in:  on 23 gennaio 2010 at 11:32 Lascia un commento
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Lobotomia transorbitale

Una delle pratiche mediche più discusse della storia, ormai completamente abbandonata, è la lobotomia. Eppure questa tecnica chirurgica ha goduto di un grande successo e diffusione fino a tempi relativamente recenti.

La lobotomia è una procedura neurochirurgica che consiste nel tagliare le connessioni della corteccia prefrontale, la parte anteriore dei lobi frontali del cervello. Introdotta nel 1935, ebbe un’inaspettata fortuna per più di vent’anni. Veniva utilizzata per ridare la pace agli animi tormentati, agli schizofrenici incurabili, e agli psicotici all’ultimo stadio.

Le prime tecniche prevedevano l’apertura del cranio per effettuare la lobotomia, ma questo rendeva la terapia  economicamente irraggiungibile per molte fasce di popolazione; fu così che il dottor Freeman, ne l1945, mise a punto con l’aiuto del suo collega Watts, una tecnica che prevedeva l’uso di lunghi strumenti ispirati ai punteruoli rompighiaccio (ice pick lobotomy). Questa nuova tecnica poteva essere svolta come una terapia da ambulatorio, senza bisogno di sale operatorie e grandi dispendi. L’idea del dottore era che la lobotomia avrebbe risolto praticamente tutti i mali psicologici moderni.

Nella lobotomia transorbitale così come la praticava Freeman, al soggetto veniva sollevata la palpebra superiore dell’occhio; il punteruolo (chiamato orbitoclast) veniva martellato fino a rompere il sottile strato osseo sopra l’occhio, e inserito dunque nel cervello. E qui cominciava il vero show di Freeman: con movimenti sicuri e decisi, muoveva i punteruoli avanti e indietro, e lateralmente, al fine di distaccare i lobi frontali dal talamo. Nel 1948 Freeman impreziosì la procedura, aggiungendo il “taglio profondo frontale”, un movimento del punteruolo direttamente dentro al lobo, un taglio che metteva talmente sotto pressione lo strumento chirurgico che talvolta si spezzava, rimanendo all’interno. Freeman era conscio dell’aspetto spettacolare delle sue operazioni, che spesso praticava in pubblico. Era arrivato a esibire una tale maestria da riuscire a operare i suoi punteruoli con una mano sola. Nel 1947 Watts, il collega assieme al quale aveva sviluppato la tecnica, si distaccò da Freeman, disgustato dalla piega che aveva preso una pratica chirurgica che auspicava più seria.

Già tra il 1940 e il 1944 erano state operate 684 lobotomie solo negli Stati Uniti; grazie alla promozione evangelica che Freeman fece della cura, i numeri impennarono verso la fine del decennio. Ovviamente, i danni collaterali della lobotomia erano evidenti: i pazienti molte volte rimanevano in stato semi-vegetativo, o mostravano evidenti problemi di linguaggio – praticamente, rimanevano disabili per tutta la vita. Certamente la lobotomia era efficace per facilitare la cura dei pazienti più violenti: all’epoca, inoltre, i farmaci per malattie di tipo psichiatrico erano ancora agli albori. Per mettere maggiormente questa pratica nel contesto di quegli anni, bisogna ricordare che non si trattava dell’unica terapia radicale e invasiva in voga nella prima metà del XX° secolo: elettroshock, shock da insulina, terapia malarica, coma indotto da barbiturici, shock cardiaci… i medici, all’epoca, non ci andavano certo per il sottile.

Si stima che negli Stati Uniti siano state lobotomizzate più di 40.000 persone, 17.000 in Gran Bretagna, 9.300 nei paesi Scandinavi. Nel 1950 l’URSS vietò la pratica, bollandola come contraria ai diritti umanitari, perché “trasforma un malato di mente in un idiota”. Negli anni ‘70 la lobotomia lentamente cessò di essere utilizzata, anche se alcuni casi si segnalano fino agli anni ‘80. Fra i più famosi lobotomizzati, ricordiamo Rosemary Kennedy (sorella di John), che si sottopose all’intervento a 23 anni e rimase per sempre ritardata, e la sorella di Tennessee Williams, Rose, la cui sorte sembra abbia ispirato diversi motivi ricorrenti nell’opera del drammaturgo americano.

Ross Sisters

Le Sorelle Ross erano un trio di cantanti e ballerine texane e raggiunsero la popolarità negli anni ‘40 con il film Broadway Rythm (1944, di Roy Del Ruth).

Ecco uno spettacolare estratto dal film: comincia come una normale armonia a tre voci, ma dopo circa un minuto si trasforma in un numero che ha dell’eccezionale.

Nella tempesta di sabbia

Una coppia australiana durante un viaggio in macchina viene sorpresa da una tempesta di sabbia. Lo spettacolo è surreale e mozzafiato.